I primi valligiani

LA FREQUENTAZIONE DELLA VALLE D’AOSTA DA PARTE DEL’UOMO EBBE INIZIO CIRCA 9000 ANNI FA, INAUGURANDO UNA PREISORIA NARRATA DA SCOPERTE DI STRAORDINARIO FASCINO: DALLE AREE CERIMONIALI SEGNATE DA IMPONENTI STRUTTURE MEGALITICHE ALLE MISTERIOSE INCISIONI RUPESTRI, DALLE TRACCE DEI SALASSI – I SIGNORI DELLE CIME-ALLE TOMBE DI GUERRIERI VENUTI D’OLTRALPE …

di Luca Raiteri e Alessandra Armirotti

Aosta, Parco Archeologico e Museo dell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans.  Un particolare dell’allestimento della sezione dedicata alle stele. III mill. a.C

Il Mesolitico
(dal 10.000 a.c. al 6800-5500 a.c.)

Gli aspetti di carattere geomorfologico legati al glacialismo ci permettono di ipotizzare che non sia possibile rinvenire segni del passaggio dell’uomo in un momento precedente all’ultima glaciazione. Rimane da dimostrare, al contrario, se gruppi umani, riferibili a un a fase finale del Paleolitico Superiore, abbiano lasciato tracce sul territorio valdostano, magari in corrispondenza dei ripari sotto roccia del fondovalle. Al momento, le più antiche attestazioni della presenza umana in Valle d’Aosta sono rappresentate da manufatti in cristallo di rocca (quarzo ialino), provenienti dal comprensorio del Mont Fallère (Saint-Pierre) e riferibili a gruppi di cacciatori-raccoglitori mesolitici.

Nel Mesolitico l’habitat assume caratteristiche climatiche e ambientali simili a quelle odierne. L’uomo continua a pratica re la caccia, ora rivolta ad animali di taglia più piccola: cervi, caprioli e cinghia I i in ambiente cespugliato e di sottobosco di media quota; camosci, stambecchi e marmotte nei pianori ad alta quota; pesci, molluschi e tartarughe d’acqua in ambiente lacustre e palustre.

A questo cambiamento corrisponde l’evoluzione delle industrie litiche, evidente nella fabbricazione di strumenti di piccole dimensioni (microliti), che venivano fissati su supporti di legno o corno/osso. Basti pensare alle frecce, testimonianza indiretta dell’uso ormai generalizzato dall’arco.

Emerge che i gruppi mesolitici più avanzati, ben adattati a i nuovi biotipi e inseriti in nicchie ecologiche estremamente produttive, tendono a elaborare complesse strategie insediative e a occupare il territorio secondo modalità di «spostamento logistico». I cosiddetti «campi base» (siti di fondovalle), quindi, assumono un carattere sempre più permanente, restando abitati per gran parte dell’anno e, talvolta, mostrando una continuità di insediamento notevole, anche per secoli.

A questi insediamenti, che rappresentano il luogo nel quale si svolge la vita di gruppo con le principali occupazioni, si affiancano una serie di siti stagionali di breve durata (siti montani), destinati ad attività specifiche di caccia, ai quali fanno riferimento i manufatti individuati nel territorio valdostano.

L’insediamento individuato alle pendici del Mont Fallère (d’ora in poi MF1), a cui si riferisce la frequentazione mesolitica, rinvenuto occasionalmente nel  1998 e localizzato su un a dorsale caratterizzata da un orientamento N-S, si affaccia verso est direttamente sull’incisione del ramo orientale del torrente Verrogne.

I materiali archeologici provenienti dalle raccolte di superficie (1998 e 2005) risultavano distribuiti sulla parte sommitale della dorsale per circa 1000 mq. Lo scavo archeologico – condotto dalla Soprintendenza regionale della Valle d’Aosta e dall’Università di Ferrara, tra gli anni 2009 e 2012 – e lo studio sedimentologico, condotto contestualmente, hanno consentito di lare luce sulla genesi del deposito dal quale tali manufatti provengono e di recuperare testimonianze utili alla comprensione delle dinamiche insediative dell’area. Depositi colluviali direttamente sottostanti il manto erboso coprivano livelli riferibili alla sistemazione dell’area da parte dell’uomo a scopo abitativo. L’analisi stratigrafica prova che gran parte dei manufatti litici, prevalentemente su cristallo di rocca e tipologicamente riferibili al Mesolitico Antico (Sauveterriano) e rinvenuti negli strati colluviali superficie li, è da considerarsi in giacitura secondaria. ovvero in una posizione diversa rispetto al luogo dove i gruppi mesolitici li aveva abbandonati.

Le caratteristiche principali dell’industria litica del sito MF1, ossia dei manufatti ricavati dalle operazioni di scheggiatura del cristallo di rocce, trovano riscontro in quelle di altri siti sauveterriani d’alta quota di ambito alpino.

In particolare, può essere ricondotta al Sauveterriano la seconda fase del Mesolitico Antico svizzero (cosiddetto Mesolitico Antico II/III o Mesolitico Medio), rappresentata da diversi siti ne Ila Svizzera sud-occidentale (Baume d’Ogens nel Plateau Suisse, Vionnaz nelle Prealpi svizzere occidentali e Mollendruz­ Abri Freymond nel Jura sud-occìdentale).

Nelle relative industrie litiche dominano i triangoli scaleni, accompagnati da diverse punte di Sauveterre. In Francia, nei massicci prealpini della Chartreuse e del Vercors, dalla seconda metà del Boreale, è attestato un Mesolitico Medio che raggiunge le regioni più interne. Per quanto riguarda il territorio italiano, l’unico sito del settore alpino nord-occidentale, confrontabile con iI sito MF1 e riferibile a una fase antica del Mesolitico, è quello di Cianciàvero nella conca di Alpe Veglia (alta Val d’Ossola), i cui materiali sono per la maggior parte in quarzo ialino e risultano tipologicamente affini a quelli del sito valdostano.

Il Neolitico

(dal 6800-5500 a.C. al 3500 a.C.)

Coniato nella seconda metà del XIX secolo per definire la cosiddetta «nuova età della pietra» e caratterizzato da industrie in pietra levigata, il termine «Neolitico» ha certamente assunto con il passare del tempo un’importanza straordinaria sotto tutti i punti di vista.

Si può tranquillamente affermare che il Neolitico rappresenta uno dei momenti determinanti per l’umanità: l’uomo diviene produttore del proprio cibo. Il processo, che prende avvio nella regione siro-palestinese è basato sulla selezione di quelle piante che mantengono i chicchi ben serrati anche dopo la maturazione. Sostanzialmente l’uomo abbandona a vita nomade, basata su un’economia di caccia e raccolta, e inizia a praticare l’agricoltura e l’allevamento,

Il passaggio alla produzione delle risorse alimentari favorisce la nascita dei primi insediamenti stabili, peraltro poco noti nel territorio valdostano, a cui si accompagna l’introduzione della ceramica, che permette di fabbricare contenitori adatti alla conservazione, alla cottura e al consumo di cibi.

Nel Neolitico, il settore nord-occidentale della catena alpina si caratterizza per la marcata

eterogeneità delle informazioni archeologiche disponibili. La neolitizzazione delle Prealpi francesi, dell’Italia del Nord e dell’alto bacino del Rodano (Vallese) esprime di fatto il complesso culturale della Ceramica impressa mentre, al contrario, i massicci e le valli interne delle Alpi francesi e italiane risultano prevalentemente sconosciute dal punto di vista del popolamento. Successivamente, nel Neolitico Medio/Recente, considerato come il «pieno» o il «vero» Neolitico, le relazioni tra i due versanti delle Alpi sono ben documentate. In particolare, nel Neolitico

Medio (NM I francese e svizzero), le influenze liguri e padane si manifestano, seppur in quantità moderata, nel bacino del Rodano e in Provenza; al contrario, nel Neolitico Recente (NM 11 francese e svizzero), si osservano un’inversione di tendenza e una certa complessità «culturale»: nell’ultimo quarto del V millennio a.C., in Liguria e in Piemonte si assiste a una presenza chasseana (cultura neolitica proveniente dalla Francia) che tende lentamente a estendersi verso l’Italia settentrionale.

Le più antiche manifestazioni del Neolitico finora note in Valle d’Aosta si riferiscono alla seconda metà del V millennio a.C, momento in cui, presso l’area cultuale di Saint-Martin-de­-Corléans, viene tracciata nel terreno una serie di solchi rituali. Ad Aosta, tali tracce, riconducibili a una probabile aratura e corrispondenti al primo intervento umano documentato nell’area megalitica, precedono un’altra importante fase, attribuibile al Neolitico medio/recente: lo scavo e l’utilizzo di t 5 pozzi. Queste fosse, interpretate dagli studiosi come rituali e caratterizzate da una forma cilindrica o sub-cilindrica, risultavano colmate da un riempimento a pili livelli e con servavano al loro interno pochi reperti. ma particolarmente significativi: semi, soprattutto di cereali, resti di frutti, macine per il trattamento dei cereali e associazioni cultuali di scaglie litiche e ciottoli. Coeve alle prime due Iasi dell’area megalitica di Aosta risultano le sepolture a cista litica, rinvenute nel territorio valdostano a partire dalla seconda metà del XIX secolo.

Si tratta di una caratteristica tipologia di tomba – singola o plurima, in cista o cassetta litica rettangolare formata da quattro lastre infisse di coltello nel terreno oltre a una quinta lastra di copertura – denominata Chamblandes. dal sito eponimo di Pully-Chamblandes nel Cantone di Vaud, in Svizzera. Tale rituale funerario si estende nelle aree del lago di Ginevra, del Vallese e dell’altopiano svizzero, in Tarentaise, nell’alto Rodano francese e in Valle d’Aosta tra il V e l’inizio del IV millennio a.C.

Come detto, i primi rinvenimenti in Valle d’Aosta di simili sepolture risalgono alla seconde metà del XIX secolo: nel 1669, a Saint­-Nicolas. nel corso di lavori agricoli, fu messa in luce una tomba a cista, contenente al suo interno un bracciale ricavato da una valva di Glycymeris sp., ovvero una conchiglia marina proveniente dal Mar Mediterraneo: nel 1885, sempre a Saint-Nieolas, venne alla luce una seconda tomba di tipologia analoga, anch’essa accompagnata da un bracciale in conchiglia: qualche anno più tardi, nel Comune di Sarre, furono individuate tre tombe realizzate con lastre di pietra accompagnate da un corredo formato da due conchiglie lavorate.

Inoltre, risalgono ai primi decenni del Novecento il rinvenimento di cinque tombe a cista litica al di sotto di sepolture medievali in Località Fiusey (1909), nel Comune di Montjovet, e la scoperta di una necropoli nei pressi dell’abitato di Villeneuve (1917) su un terrazzo affacciato sulla Dora Baltea.

Le indagini archeologiche, condotte da Piero Barocelli in località Champrotard misero in evidenza 25 tombe a cista litica, con i defunti in posizione rannicchiata sul fianco sinistro, il cranio rivolto a ovest e alcuni oggetti riferibili al corredo. Successivamente l’area fu di nuovo indagata nel 1987 da Franco Mezzena con la scoperta di 8 nuove tombe.

Nel Comune di Quart, su un dosso roccioso dominante la plaine, venne alla luce nel 1968 il più importante sepolcreto valdostano con tombe di tipo Chamblandes. Si tratta della necropoli di Vollein, scoperta dagli abitanti della frazione e segnalata alla Soprintendenza competente da Damien Daudry, Presidente della Société de Recherches et d’Etudes préhistoriques alpines d’Aoste. Le indagini archeologiche, condotte da Franco Mezzena nel 1968, con un primo intervento, e successivamente dal 1983, con ricerche sistematiche, misero in luce 66 tombe a cista litica, fra cui due tombe bisome – caratterizzate cioè da una doppia sepoltura all’interno della cista litica – e consentirono il rinvenimento nelle tombe 17, 21 e 30 di bracciali, ricavati da grandi valve forate di Glycymeris sp.

Come a Villeneuve, gli scheletri furono deposti in posizione rannicchiata sul fianco sinistro e con il capo orientato a S-SW. I frammenti ceramici provenienti dall’area, che risultava rimaneggiata sino agli strati basali, sono riferibili a due distinti orizzonti cronologici: il primo a un Neolitico Medio; il secondo, più recente, alla media età del Bronzo. Peraltro, tale attribuzione culturale è stata confermata da due datazioni, effettuate con il metodo al radiocarbonio su frammenti di carbone provenienti dagli strati pertinenti agli orizzonti di cui sopra.

LA FREQUENTAZIONE DELLA VALLE D’AOSTA DA PARTE DEL’UOMO EBBE INIZIO CIRCA 9000 ANNI FA, INAUGURANDO UNA PREISORIA NARRATA DA SCOPERTE DI STRAORDINARIO FASCINO: DALLE AREE CERIMONIALI SEGNATE DA IMPONENTI STRUTTURE MEGALITICHE ALLE MISTERIOSE INCISIONI RUPESTRI, DALLE TRACCE DEI SALASSI – I SIGNORI DELLE CIME-ALLE TOMBE DI GUERRIERI VENUTI D’OLTRALPE …

di Luca Raiteri e Alessandra Armirotti

Aosta, Parco Archeologico e Museo dell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans.  Un particolare dell’allestimento della sezione dedicata alle stele. III mill. a.C

Il Mesolitico
(dal 10.000 a.c. al 6800-5500 a.c.)

Gli aspetti di carattere geomorfologico legati al glacialismo ci permettono di ipotizzare che non sia possibile rinvenire segni del passaggio dell’uomo in un momento precedente all’ultima glaciazione. Rimane da dimostrare, al contrario, se gruppi umani, riferibili a un a fase finale del Paleolitico Superiore, abbiano lasciato tracce sul territorio valdostano, magari in corrispondenza dei ripari sotto roccia del fondovalle. Al momento, le più antiche attestazioni della presenza umana in Valle d’Aosta sono rappresentate da manufatti in cristallo di rocca (quarzo ialino), provenienti dal comprensorio del Mont Fallère (Saint-Pierre) e riferibili a gruppi di cacciatori-raccoglitori mesolitici.

Nel Mesolitico l’habitat assume caratteristiche climatiche e ambientali simili a quelle odierne. L’uomo continua a pratica re la caccia, ora rivolta ad animali di taglia più piccola: cervi, caprioli e cinghia I i in ambiente cespugliato e di sottobosco di media quota; camosci, stambecchi e marmotte nei pianori ad alta quota; pesci, molluschi e tartarughe d’acqua in ambiente lacustre e palustre.

A questo cambiamento corrisponde l’evoluzione delle industrie litiche, evidente nella fabbricazione di strumenti di piccole dimensioni (microliti), che venivano fissati su supporti di legno o corno/osso. Basti pensare alle frecce, testimonianza indiretta dell’uso ormai generalizzato dall’arco.

Emerge che i gruppi mesolitici più avanzati, ben adattati a i nuovi biotipi e inseriti in nicchie ecologiche estremamente produttive, tendono a elaborare complesse strategie insediative e a occupare il territorio secondo modalità di «spostamento logistico». I cosiddetti «campi base» (siti di fondovalle), quindi, assumono un carattere sempre più permanente, restando abitati per gran parte dell’anno e, talvolta, mostrando una continuità di insediamento notevole, anche per secoli.

A questi insediamenti, che rappresentano il luogo nel quale si svolge la vita di gruppo con le principali occupazioni, si affiancano una serie di siti stagionali di breve durata (siti montani), destinati ad attività specifiche di caccia, ai quali fanno riferimento i manufatti individuati nel territorio valdostano.

L’insediamento individuato alle pendici del Mont Fallère (d’ora in poi MF1), a cui si riferisce la frequentazione mesolitica, rinvenuto occasionalmente nel  1998 e localizzato su un a dorsale caratterizzata da un orientamento N-S, si affaccia verso est direttamente sull’incisione del ramo orientale del torrente Verrogne.

I materiali archeologici provenienti dalle raccolte di superficie (1998 e 2005) risultavano distribuiti sulla parte sommitale della dorsale per circa 1000 mq. Lo scavo archeologico – condotto dalla Soprintendenza regionale della Valle d’Aosta e dall’Università di Ferrara, tra gli anni 2009 e 2012 – e lo studio sedimentologico, condotto contestualmente, hanno consentito di lare luce sulla genesi del deposito dal quale tali manufatti provengono e di recuperare testimonianze utili alla comprensione delle dinamiche insediative dell’area. Depositi colluviali direttamente sottostanti il manto erboso coprivano livelli riferibili alla sistemazione dell’area da parte dell’uomo a scopo abitativo. L’analisi stratigrafica prova che gran parte dei manufatti litici, prevalentemente su cristallo di rocca e tipologicamente riferibili al Mesolitico Antico (Sauveterriano) e rinvenuti negli strati colluviali superficie li, è da considerarsi in giacitura secondaria. ovvero in una posizione diversa rispetto al luogo dove i gruppi mesolitici li aveva abbandonati.

Le caratteristiche principali dell’industria litica del sito MF1, ossia dei manufatti ricavati dalle operazioni di scheggiatura del cristallo di rocce, trovano riscontro in quelle di altri siti sauveterriani d’alta quota di ambito alpino.

In particolare, può essere ricondotta al Sauveterriano la seconda fase del Mesolitico Antico svizzero (cosiddetto Mesolitico Antico II/III o Mesolitico Medio), rappresentata da diversi siti ne Ila Svizzera sud-occidentale (Baume d’Ogens nel Plateau Suisse, Vionnaz nelle Prealpi svizzere occidentali e Mollendruz­ Abri Freymond nel Jura sud-occìdentale).

Nelle relative industrie litiche dominano i triangoli scaleni, accompagnati da diverse punte di Sauveterre. In Francia, nei massicci prealpini della Chartreuse e del Vercors, dalla seconda metà del Boreale, è attestato un Mesolitico Medio che raggiunge le regioni più interne. Per quanto riguarda il territorio italiano, l’unico sito del settore alpino nord-occidentale, confrontabile con iI sito MF1 e riferibile a una fase antica del Mesolitico, è quello di Cianciàvero nella conca di Alpe Veglia (alta Val d’Ossola), i cui materiali sono per la maggior parte in quarzo ialino e risultano tipologicamente affini a quelli del sito valdostano.

Il Neolitico

(dal 6800-5500 a.C. al 3500 a.C.)

Coniato nella seconda metà del XIX secolo per definire la cosiddetta «nuova età della pietra» e caratterizzato da industrie in pietra levigata, il termine «Neolitico» ha certamente assunto con il passare del tempo un’importanza straordinaria sotto tutti i punti di vista.

Si può tranquillamente affermare che il Neolitico rappresenta uno dei momenti determinanti per l’umanità: l’uomo diviene produttore del proprio cibo. Il processo, che prende avvio nella regione siro-palestinese è basato sulla selezione di quelle piante che mantengono i chicchi ben serrati anche dopo la maturazione. Sostanzialmente l’uomo abbandona a vita nomade, basata su un’economia di caccia e raccolta, e inizia a praticare l’agricoltura e l’allevamento,

Il passaggio alla produzione delle risorse alimentari favorisce la nascita dei primi insediamenti stabili, peraltro poco noti nel territorio valdostano, a cui si accompagna l’introduzione della ceramica, che permette di fabbricare contenitori adatti alla conservazione, alla cottura e al consumo di cibi.

Nel Neolitico, il settore nord-occidentale della catena alpina si caratterizza per la marcata

eterogeneità delle informazioni archeologiche disponibili. La neolitizzazione delle Prealpi francesi, dell’Italia del Nord e dell’alto bacino del Rodano (Vallese) esprime di fatto il complesso culturale della Ceramica impressa mentre, al contrario, i massicci e le valli interne delle Alpi francesi e italiane risultano prevalentemente sconosciute dal punto di vista del popolamento. Successivamente, nel Neolitico Medio/Recente, considerato come il «pieno» o il «vero» Neolitico, le relazioni tra i due versanti delle Alpi sono ben documentate. In particolare, nel Neolitico

Medio (NM I francese e svizzero), le influenze liguri e padane si manifestano, seppur in quantità moderata, nel bacino del Rodano e in Provenza; al contrario, nel Neolitico Recente (NM 11 francese e svizzero), si osservano un’inversione di tendenza e una certa complessità «culturale»: nell’ultimo quarto del V millennio a.C., in Liguria e in Piemonte si assiste a una presenza chasseana (cultura neolitica proveniente dalla Francia) che tende lentamente a estendersi verso l’Italia settentrionale.

Le più antiche manifestazioni del Neolitico finora note in Valle d’Aosta si riferiscono alla seconda metà del V millennio a.C, momento in cui, presso l’area cultuale di Saint-Martin-de­-Corléans, viene tracciata nel terreno una serie di solchi rituali. Ad Aosta, tali tracce, riconducibili a una probabile aratura e corrispondenti al primo intervento umano documentato nell’area megalitica, precedono un’altra importante fase, attribuibile al Neolitico medio/recente: lo scavo e l’utilizzo di t 5 pozzi. Queste fosse, interpretate dagli studiosi come rituali e caratterizzate da una forma cilindrica o sub-cilindrica, risultavano colmate da un riempimento a pili livelli e con servavano al loro interno pochi reperti. ma particolarmente significativi: semi, soprattutto di cereali, resti di frutti, macine per il trattamento dei cereali e associazioni cultuali di scaglie litiche e ciottoli. Coeve alle prime due Iasi dell’area megalitica di Aosta risultano le sepolture a cista litica, rinvenute nel territorio valdostano a partire dalla seconda metà del XIX secolo.

Si tratta di una caratteristica tipologia di tomba – singola o plurima, in cista o cassetta litica rettangolare formata da quattro lastre infisse di coltello nel terreno oltre a una quinta lastra di copertura – denominata Chamblandes. dal sito eponimo di Pully-Chamblandes nel Cantone di Vaud, in Svizzera. Tale rituale funerario si estende nelle aree del lago di Ginevra, del Vallese e dell’altopiano svizzero, in Tarentaise, nell’alto Rodano francese e in Valle d’Aosta tra il V e l’inizio del IV millennio a.C.

Come detto, i primi rinvenimenti in Valle d’Aosta di simili sepolture risalgono alla seconde metà del XIX secolo: nel 1669, a Saint­-Nicolas. nel corso di lavori agricoli, fu messa in luce una tomba a cista, contenente al suo interno un bracciale ricavato da una valva di Glycymeris sp., ovvero una conchiglia marina proveniente dal Mar Mediterraneo: nel 1885, sempre a Saint-Nieolas, venne alla luce una seconda tomba di tipologia analoga, anch’essa accompagnata da un bracciale in conchiglia: qualche anno più tardi, nel Comune di Sarre, furono individuate tre tombe realizzate con lastre di pietra accompagnate da un corredo formato da due conchiglie lavorate.

Inoltre, risalgono ai primi decenni del Novecento il rinvenimento di cinque tombe a cista litica al di sotto di sepolture medievali in Località Fiusey (1909), nel Comune di Montjovet, e la scoperta di una necropoli nei pressi dell’abitato di Villeneuve (1917) su un terrazzo affacciato sulla Dora Baltea.

Le indagini archeologiche, condotte da Piero Barocelli in località Champrotard misero in evidenza 25 tombe a cista litica, con i defunti in posizione rannicchiata sul fianco sinistro, il cranio rivolto a ovest e alcuni oggetti riferibili al corredo. Successivamente l’area fu di nuovo indagata nel 1987 da Franco Mezzena con la scoperta di 8 nuove tombe.

Nel Comune di Quart, su un dosso roccioso dominante la plaine, venne alla luce nel 1968 il più importante sepolcreto valdostano con tombe di tipo Chamblandes. Si tratta della necropoli di Vollein, scoperta dagli abitanti della frazione e segnalata alla Soprintendenza competente da Damien Daudry, Presidente della Société de Recherches et d’Etudes préhistoriques alpines d’Aoste. Le indagini archeologiche, condotte da Franco Mezzena nel 1968, con un primo intervento, e successivamente dal 1983, con ricerche sistematiche, misero in luce 66 tombe a cista litica, fra cui due tombe bisome – caratterizzate cioè da una doppia sepoltura all’interno della cista litica – e consentirono il rinvenimento nelle tombe 17, 21 e 30 di bracciali, ricavati da grandi valve forate di Glycymeris sp.

Come a Villeneuve, gli scheletri furono deposti in posizione rannicchiata sul fianco sinistro e con il capo orientato a S-SW. I frammenti ceramici provenienti dall’area, che risultava rimaneggiata sino agli strati basali, sono riferibili a due distinti orizzonti cronologici: il primo a un Neolitico Medio; il secondo, più recente, alla media età del Bronzo. Peraltro, tale attribuzione culturale è stata confermata da due datazioni, effettuate con il metodo al radiocarbonio su frammenti di carbone provenienti dagli strati pertinenti agli orizzonti di cui sopra.